Regione Sicilia: legge 5/2011 sul procedimento amministrativo ed in materia di trasparenza, la semplificazione, l'efficienza, l'informatizzazione della P.A.

Perché si possa parlare di Digitalizzazione della Pubblica Amministrazione è necessario fare un passo in avanti.

Un passo in avanti – si badi bene –  di tipo culturale e non tecnologico.

Solo quando si andrà oltre la tastiera e lo schermo,
solo quando accetteremo il fatto che un pc collegato ad internet non è un qualcosa che facilita il lavoro, ma è, invece, un modo di organizzare il proprio pensiero,
solo quando comprenderemo che, come è stato per le steli, i papiri, la carta, la stampa, la televisione,  con l’avvento di internet il veicolo dei nostri pensieri è fatto dal modo e dalla forma in cui questi sono trasmessi,

solo comprendendo ciò la nostra società  sarà capace di affrontare quelle sfide che inevitabilmente la nostra era ci presenta.

I recenti avvenimenti iniziati in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, hanno imposto al mondo una severa riflessione.
Le paure e le tribolazioni di queste popolazioni sono state le nostre, e tutta la società occidentale ha percepito quei sentimenti come un qualcosa che la riguardava intimamente.

Sentire parlare nei media di: Facebook, Twitter, blog, socialnetwork, Google, come di una massa indistinta ed in modo superficiale, distoglie l’attenzione dal vero motore dell’intera rete:

I DATI

Così come i container hanno rivoluzionato il flusso delle merci, Internet ha trasformato il flusso delle informazioni (frase liberamente tratta dalla prefazione di Federico Rampini  al libro”The Box” di Marc Levinson).
I DATI sono informazioni, pensieri, luoghi, notizie, cultura.

Questi DATI per essere produttivi devono essere veicolati in un modo corretto. Così come un buon pensiero necessita di una buona scrittura.

In tal senso la Pubblica Amministrazione deve utilizzare gli strumenti della tecnologia nel modo corretto se vuole essere efficiente.
Poiché la trasparenza è sintomo ed incentivo all’efficienza, allora:

i dati della P.A. devono essere, non solo pubblici e conoscibili,
ma anche veicolati nel modo corretto.

Qual è il modo corretto?
Il modo corretto è quello che preserva il dato, quello che non lo corrompe o lo vizia, quello che non lo altera.
Il dato grezzo ha queste qualità.

Pertanto la P.A. deve fornire dati grezzi per essere trasparente ed efficiente.

Questo è il filo che collega l’OpenGov all’Opendata.

Il tempo vola, è stato quasi 20 anni fa che ho deciso di ripensare il modo in cui usiamo le informazioni il modo in cui lavoriamo insieme, ed ho inventato il Word Wide Web…Tim Berners-Lee on the next Web.

*** ***** ***

Questa premessa alla Legge della regione Sicilia nr. 5/2011 per me è stata necessaria.
Necessaria per poterne comprendere la reale portata, esprimendo sin da subito diverse perplessità.

So perfettamente che criticare è semplice, costruire, proporre, innovare è difficile.
Credo, tuttavia, che una amichevole critica costruttiva possa aiutare a migliorare, ed, in tal senso, con questo spirito devono essere prese le seguenti considerazioni.

In primo luogo si sente decisamente la mancanza sia della definizione, che dell’introduzione del concetto di dati aperti (opendata).

Introdurre l’obbligo di fornire i dati secondo le modalità degli opendata, come detto,  significa rendere l’amministrazione efficiente e trasparente.

Non ci illudiamo: pubblicare il bilancio regionale attraverso uno scalcinato pdf (passatemi il termine)  e sepolto in chissà quale parte di un sito istituzionale non assolve ad alcunché.
Fornire i dati della P.A. in modo non aggregato e linkabile, invece, è reale trasparenza ed innovazione.

Dove vanno a finire le tasse che pago?
La P.A. italiana dovrebbe essere informata a questi standard tecnologici:  Featured Dataset: Italian Regional Public Accounts (tratto da Where does my money go).
Questo per fare un semplie esempio di cosa ci si aspetta dalla digitalizzazione della P.A.

Nelle stanze per così dire Istituzionali, purtroppo, ho l’impressione si sia portati a fare la seguente equazione:

digitalizzazione = pubblicato sul web

Tutto questo è abberrante.

*** ***** ***

Il 23 marzo 2011 è stato approvato dalla regione Sicilia il disegno di legge recante Disposizioni per la trasparenza, la semplificazione, l’efficienza, l’informatizzazione della pubblica amministrazione e l’agevolazione delle iniziative economiche. Disposizioni per il contrasto alla corruzione ed alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Disposizioni per il riordino e la semplificazione della legislazione regionale“.

La Legge Regionale 5/2011 del 5 aprile 2011 apporta modifiche alla legge regionale 10 del 1991 (che aveva recepito in Sicilia la legge nazionale 241 del 1990 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi“).

Avvertiamo subito il lettore che in questo articolo, in ordine alle legge regionale in commento, ci occuperemo soltanto delle norme relative all’informatizzazione della pubblica amministrazione che risultano intimamente collegate a quel processo di trasparenza della P.A., di cui sempre più spesso oggi si discute e che prende il nome di Open Government (opengov).

L’emanazione di tale legge nasce, inoltre, dall’esigenza di adeguare la normativa regionale a quelle nazionale. Ci riferiamo in particolar modo al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, successivamente modificato ed integrato con il famoso decreto legislativo 30 dicembre 2010, n. 235 (Codice dell’Amministrazione Digitale – CAD) di cui speriamo di parlare in un successivo articolo.

Sono già diverse le regioni che hanno implementato e/o modificato la normativa di settore.
Ricordiamo la Legge Regionale n. 9 del 26-03-2009 della Regione Piemonte (la più attiva nel settore): Norme in materia di pluralismo informatico, sull’adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella pubblica amministrazione; la Legge Regionale n. 11 del 24-05-2004 della Regione Emilia-Romagna: Sviluppo Regionale della Società e dell’Informazione; la Legge Regionale n. 11 del25-07-2006 della Regione Umbria: Norme in materia di pluralismo informatico, sulla adozione e la diffusione del software a sorgente aperto e sulla portabilità dei documenti informatici nell’amministrazione regionale; la Legge Regionale n. 19 DEL 14-11-2008 della Regione Veneto: Norme in materia di pluralismo informatico, diffusione del riuso e adozione di formati per documenti digitali aperti e standard nella società dell’informazione del Veneto.
Ricordiamo, peraltro, che in materia di trasparenza dell’attività amministrativa molte norme risultano inserite in diverse e variegate disposizioni.

Attualmente altre Regioni si apprestano a dotarsi di una normativa specifica. Sul punto vi rimandiamo ad un interessante articolo di Pietro Blu Giandonato: “Puglia, laboratorio anche per l’open source… e l’open data?” che non si limita a fare il punto della situazione, ma che, in modo concreto, sviluppa alcune proposte in ambito legislativo. E ciò in relazione alla materia dei c.d. dati aperti (open data), ovvero quel complesso di dati detenuti, formati o comunque trattati  dalla P.A. (ma non solo), conoscibili da chiunque (dati pubblici, quindi non sottoposti a limitazioni di sorta), dati che, per essere realmente conoscibili e/o utilizzabili devono essere resi disponibili in un formato aperto (ovvero secondo determinati standard, in modo non aggregato, ed in modo riutilizzabile).

Invero la tematica della trasparenza e dell’efficienza della P.A. è intimamente collegata alla gestione dei dati dalla stessa detenuti.
In particolar modo, ad avviso dello scrivente, nella materia in oggetto, bisogna partire dalla seguente normativa:

  • Codice dell’Amministrazione Digitale,
  • Legge 4 GIUGNO 2010, n. 96 (come modificata anche a seguito del D.L. 24 gennaio 2006, n. 36 attuativo della direttiva 2003/98/CE, relativa alla normativa in tema di riutilizzo dei dati)
  • Direttiva 8/2009 (riduzione dei siti web delle pubbliche amministrazioni e per il miglioramento della qualità dei servizi e delle informazioni on-line al cittadino).

Pertanto, al fine di uniformare la normativa italiana con quella europea e per formare una P.A. trasparente ed efficiente sarebbe necessario:

  1. Prevedere un vero e proprio diritto soggettivo al fine di consentire l’accesso ai dati della P.A. Nel CAD viene previsto all’art. 2 comma I: Lo Stato, le Regioni e le autonomie locali assicurano la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale e si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ne parleremo oltre).
  2. I dati pubblici, costantemente aggiornati, detenuti dalla P.A. devo essere resi disponibili secondo formati standard ed aperti (opendata);
  3. Deve essere consentito il riuso dei dati pubblici detenuti dalla P.A. attraverso apposite licenze. In tal senso penso alla IODL (Italian Open Data License v1.0, redatta sostanzialmente sul modello delle licenze CC) la quale, fra l’altro, prevede: “Tu puoi esercitare i diritti concessi con la presente licenza in modo libero e gratuito, anche qualora la finalità da Te perseguita sia di tipo commerciale“.

In ordine alle licenze di utilizzo dei dati così forniti dalla P.A., a mio avviso, si potrebbe anche prevedere la possibilità di modulare la licenza a seconda delle specifiche qualità del soggetto che richiede il riuso.
Mi spiego meglio: posto che i dati pubblici della P.A. devono essere resi disponibili a tutti secondo formati aperti, si possono, eventualmente, apportare delle modifiche alla licenza di utilizzo a secondo dello scopo (commerciale o meno).
In tal senso ho sempre trovato suggestiva l’idea di creare dei meccanismi simili a quelli  dell’Appstore, o dell’Android Market (o quant’altro).

Sinteticamente, posta una banca dati della P.A., laddove l’accesso e l’utilizzo di questi viene effettuato per fini scientifici o non commerciali, allora il riuso deve essere gratuito.
Dove, invece,  viene fatto un uso commerciale dei dati, può (e non deve) essere previsto un utilizzo a pagamento attraverso un sistema modulare (personalmente penserei a qualcosa di simile alle provvigioni).
In questa maniera si garantirebbe:

  • il diritto del cittadino di accedere ai dati;
  • l’utilizzo dei dati in modo gratuito ed a beneficio della collettività per coloro che intendono effettuare studi, ricerche e quant’altro;
  • per l’utilizzo dei dati a pagamento e per fini commerciali, il modello delineato metterebbe le varie imprese, dalle più piccole alle più grandi, in condizioni di reale competizione (non secondo la capacità finanziaria dell’impresa, bensì secondo il merito del servizio offerto).

Si tratterebbe, quindi, di studiare apposite soluzioni tecniche e giuridiche relative all’utilizzo dei dati.
Inoltre, elemento assolutamente necessario è l’introduzione per via normativa dell’obbligo per  la Pubblica Amministrazione, nella predisposizione dei bandi di gara, di richiedere con apposita clausola contrattuale che il fornitore, il consulente o l’appaltatore del servizio fornisca i dati dallo stesso raccolti, oltre che nelle forme tradizionali, anche in formato digitale e con standard che ne consentano l’elaborazione da parte di elaboratori e la modificabilità da parte della Pubblica Amministrazione.

Infine, inutile dire che sarebbe necessario realizzare una vera e propria conferenza di servizi interdisciplinare, al fine di enucleare le tipologia dei dati da liberare, ed i relativi tempi.

Solo in tale maniera si potrebbe creare un circolo virtuoso: dalla trasparenza e dall’efficienza della P.A., all’innovazione, mettendo in moto un ciclo economico tale per cui: dall’investimento della P.A. volto alla diffusione dei dati si giungerebbe, senza spendere un euro in più, al finanziamento di tutte quelle imprese e/o professionisti che lavorano nei rispettivi settori grazie all’utilizzo dei dati.
Ci piace segnalare, ancora una volta, questo articolo di Andrea Borruso: Dati: pubblici, standard e interconnessi.

Effettuate queste doverose considerazioni, la legge regionale in commento, come detto modificativa della legge inerente il procedimento amministrativo ed il diritto di accesso ai documenti amministrativi, si colloca sul versante molto ampio dell’attività della P.A. nel rapporto con la cittadinanza.

Di seguito, come detto, analizzeremo alcuni articoli.

[note]
Art. 1. Ambito di applicazione e principi generali

1. Il comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10 e successive modifiche ed integrazioni, è sostituito dal seguente:
1. L’attività amministrativa della Regione, degli enti, istituti e aziende dipendenti dalla Regione e/o comunque sottoposti a controllo, tutela o vigilanza della medesima, degli enti locali territoriali e/o istituzionali nonché degli enti, istituti e aziende da questi dipendenti o comunque sottoposti a controllo, tutela o vigilanza, persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di pubblicità, di imparzialità e di trasparenza secondo le modalità previste dalla presente legge, dalle altre disposizioni che disciplinano i singoli procedimenti e dai principi della normativa dell’Unione europea. Le disposizioni della presente legge si applicano, altresì, alle società con totale o prevalente capitale pubblico, limitatamente all’esercizio delle funzioni amministrative. I soggetti privati preposti all’esercizio di attività amministrative assicurano il rispetto dei predetti criteri e principi.
[/note]

Abbiamo preso in considerazione questo articolo proprio per la sua funzione applicativa.
Rispetto al previgente comma 1 della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10, la portata della modifica amplia la categoria dei soggetti tenuti al rispetto delle norme in materia di trasparenza ed informatizzazione. Oltre all’esplicito riferimento ai principi Comunitari, l’articolo in questione ricomprende nell’alveo applicativo della presente normativo anche le società con totale o prevalente capitale pubblico, limitatamente all’esercizio delle funzioni amministrative.

[note]
Art. 3.
Digitalizzazione della Pubblica Amministrazione Regionale

1. L’art. 3 bis della legge regionale 30 aprile 1991 n. 10 e successive modifiche ed integrazioni è così sostituito:
1. La Regione assicura la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione amministrativa in modalità digitale ed a tal fine si organizza ed agisce utilizzando, con le modalità più appropriate, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
2. In attuazione del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 e successive modifiche ed integrazioni (Codice per l’amministrazione digitale) l’Assessore regionale per l’Economia predispone il Piano per l’innovazione tecnologica della Regione (PITRE), che è sottoposto, previo parere della Commissione bilancio dell’Assemblea regionale siciliana, all’approvazione della Giunta regionale. Il relativo decreto del Presidente della Regione è emanato entro i successivi trenta giorni e trova applicazione nei confronti dell’amministrazione regionale e di quelle di cui all’art. 1.
3. Il Piano di cui al comma 2 contiene le fasi ed i tempi per la realizzazione degli interventi necessari alla digitalizzazione dell’amministrazione regionale secondo quanto previsto dal Codice per l’amministrazione digitale.
4. Il Piano di cui al comma 2 specifica la quantificazione degli eventuali oneri finanziari a carico dell’amministrazione regionale e le relative fonti di copertura previste dalla legislazione vigente. La mancata indicazione di quanto previsto dal presente comma comporta la nullità di tutte le obbligazioni discendenti dall’attuazione del predetto piano.
5. Al fine di realizzare la digitalizzazione dell’amministrazione regionale, in attuazione delle linee strategiche della Giunta regionale, al coordinamento dei sistemi informativi regionali di cui al comma 5 dell’articolo 6 della legge regionale 11 maggio 1993, n. 15 e successive modifiche ed integrazioni, afferiscono i compiti relativi all’indirizzo e coordinamento strategico dello sviluppo dei sistemi informativi, in modo da assicurare anche la coerenza con gli standard tecnici e organizzativi nazionali.
6. Dalle disposizioni previste dal presente articolo non possono discendere nuovi o maggiori oneri a carico della Regione.

2. Il Piano di cui al comma 2 dell’articolo 3 bis della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10, come sostituito dal comma 1, è predisposto dall’Assessore regionale per l’economia entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.
[/note]

Il primo comma dell’art. 3 bis (come modificato dal comma 1 della legge 5/2011) è pedissequamente tratto dall’art. 2 comma I del CAD il quale recita: Lo Stato, le Regioni e le autonomie locali assicurano la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale e si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Così come per il CAD, la dizione sembrerebbe essere esaustiva, tale da far sorgere in capo alla P.A. un vero e proprio obbligo.
A fronte di tale obbligo per la P.A. la domanda che mi pongo è la seguente: in tali casi il cittadino è titolare di un diritto soggettivo o di un interesse legittimo?
In sostanza il cittadino ha un autonomo diritto inerente la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale nonché alla corretta organizzazione della P.A.; oppure è titolare di un interesse nei confronti della pubblica amministrazione consistente nella pretesa che tale potere sia esercitato in conformità alla legge.
La distinzione non è di poco conto in quanto nel primo caso il diritto è direttamente azionabile a prescindere dall’interesse individuale.

Il secondo comma dell’art. 3 bis sembrerebbe recepire direttamente Codice per l’amministrazione digitale. In tal senso la Sicilia dai media e dalla stampa è stata salutata come  la prima regione a recepire il CAD.
Sul punto io sarei molto cauto.

In sostanza l’Assessore regionale per l’Economia (attualmente è l’Assessore Gaetano Armao) dovrebbe predisporre il Piano per l’innovazione tecnologica della Regione (PITRE) il quale contiene le fasi ed i tempi per la realizzazione degli interventi necessari alla digitalizzazione dell’amministrazione regionale (comma 3 del presente articolo).
Durante i lavori del seminario su “Il nuovo codice dell’amministrazione digitale: opportunità per i cittadini, adempimenti per le amministrazioni“, tenutosi a Palermo il 10 maggio u.s. ed organizzato da DigitPA è stato chiarito che la funzione del PITRE è quella di trasformare l’attuale sistema organizzativo, applicativo e telematico per il conseguimento della digitalizzazione dell’Amministrazione ed il trattamento dell’informazione amministrativa digitale.

Queste sono le slide sul PITRE che vi invito a sfogliare.

E’ stato previsto che tale piano doveva essere definito entro il 10 giugno 2011, avrebbe dovuto quantificare gli oneri finanziari e le relative fonti di copertura e non avrebbe potuto prevedere nuovi o maggiori oneri a carico della Regione.
Ho provato, invano, a ricercare tale documento nei motori di ricerca. Mi riservo trattare il PITRE in un articolo allorquando riuscirò ad entrare in possesso di tale documento (ovviamente sono ben accette tutte le indicazioni da parte dei lettori di inDiritto).

Così come nel CAD (art. 2-bis: Tutte le disposizioni previste dal presente codice per le pubbliche amministrazioni si applicano, ove possibile tecnicamente e a condizione che non si producano nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica ovvero, direttamente o indirettamente, aumenti di costi a carico degli utenti, anche ai soggetti privati preposti all’esercizio di attività amministrativa) anche il comma 6 dell’articolo in questione prevede che al fine di digitalizzare la P.A. non possono discendere nuovi o maggiori oneri a carico della Regione.

Come spesso accade, tale articolo, come quello contenuto nel CAD, se da un lato vieta aumenti di costi a carico degli utenti, anche ai soggetti privati preposti all’esercizio di attività amministrativa, considerati i bilanci dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, prevede che non si producano nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Riteniamo, tuttavia, che l’uso delle nuove tecnologie e delle risorse (tecniche ed umane) della P.A. non dovrebbero in alcun modo comportare nuovi costi, semmai solo dei benefici.
In tal senso, tale comma, (così come l’art. 57, comma 19, del decreto legislativo 30 dicembre 2010, n. 235 – modificativo del CAD, il quale prevede testualmente “DigitPA e le altre amministrazioni pubbliche interessate provvedono all’attuazione del presente decreto legislativo con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”), è esemplificativo delle modalità operative italiane: si proclamano e si pretendono grandi innovazioni a costi zero (salvo poi trovare degli escamotage poco ortodossi se non palesemente illeciti).
E’ inevitabile che l’innovazione abbia un costo iniziale che chiameremo investimento, il quale poi rappresenterà un vantaggio non solo dal punto di vista dell’efficienza, ma anche da quello dell’economicità.

In ultimo appare davvero sibbilina la frase “La mancata indicazione di quanto previsto dal presente comma (ovvero la quantificazione degli eventuali oneri finanziari a carico dell’amministrazione regionale e le relative fonti di copertura previste) comporta la nullità di tutte le obbligazioni discendenti dall’attuazione del predetto piano” contenuta nel comma 4 dell’articolo in commento.

[note]
Art. 12.
Trasparenza e pubblicità degli atti

1. I soggetti di cui all’articolo 1 della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10 e successive modifiche ed integrazioni sono tenuti, nell’utilizzo delle risorse dei Fondi strutturali dell’Unione europea e del Fondo per le aree sottoutilizzate loro assegnate, ad applicare le modalità e le procedure definite dal decreto previsto dall’articolo 14 della legge 18 giugno 2009, n. 69 e successive modifiche ed integrazioni.
2. I soggetti di cui all’articolo 1 della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10 e successive modifiche ed integrazioni si adeguano alle disposizioni di cui agli articoli 21, 23 e 32 della legge 18 giugno 2009, n. 69, relative agli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale.
3. Tutti gli atti della pubblica amministrazione sono pubblici ed assumono valore legale dal momento del loro inserimento nei siti telematici degli enti, a tal fine opportunamente pubblicizzati.
4. Non sono soggetti a pubblicazione gli atti intermedi di un procedimento in corso, la cui conoscenza possa danneggiare le parti.
5. Con decreto del Presidente della Regione, su proposta dell’Assessore regionale per le autonomie locali e la funzione pubblica, sono stabilite le modalità di pubblicazione degli atti previsti dal comma 2 dell’articolo 32 della legge 18 giugno 2009, n. 69, nonché la data a partire dalla quale per tali atti la pubblicazione effettuata in forma cartacea non ha più effetto di pubblicità legale.
6. I soggetti di cui all’articolo 1 della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10 e successive modifiche ed integrazioni individuano, nei propri siti web, un’area nella quale sono inseriti il bilancio, la spesa per il personale, la ripartizione del fondo in materia di retribuzione accessoria, il peso degli aggregati di spesa sul totale, i curricula dei soggetti esterni alla pubblica amministrazione che abbiano incarichi di consulenza o di direzione di uffici, di servizi o di dipartimenti.
7. I soggetti di cui all’articolo 1 della legge regionale 30 aprile 1991, n. 10 e successive modifiche ed integrazioni, conformandosi a disposizioni regolamentari da emanarsi, previa delibera della Giunta regionale, su proposta dell’Assessore regionale per le autonomie locali e la funzione pubblica, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, hanno l’obbligo di rendere pubblici sui propri siti web, con collegamenti ipertestuali adeguati e con accessibilità diretta dalla pagina iniziale, tutte le unità organizzative comunque denominate con la precisazione analitica delle rispettive competenze. Hanno, altresì, l’obbligo di rendere disponibili, anche attraverso i propri siti web, i moduli ed i formulari necessari alla presentazione delle istanze, delle dichiarazioni sostitutive di certificazioni e dell’atto di notorietà nonché l’elenco della documentazione da presentare o da trasmettere insieme all’istanza, con l’indicazione dei casi in cui si applica la disciplina relativa al silenzio-assenso e alla segnalazione certificata di inizio di attività, precisandone i tempi e gli effetti.
[/note]

Per quanto attiene al secondo comma evidenziamo che:

  • l’art. Art. 21 della legge 18 giugno 2009, n. 69 è titolato: Trasparenza sulle retribuzioni dei dirigenti e sui tassi di assenza e di maggiore presenza del personale;
  • l’art. 23 della legge 18 giugno 2009, n. 69 è titolato: Diffusione delle buone prassi nelle pubbliche amministrazioni e tempi per l’adozione dei provvedimenti o per l’erogazione dei servizi al pubblico;
  • l’art. 32. della legge 18 giugno 2009, n. 69 è titolato: Eliminazione degli sprechi relativi al mantenimento di documenti in forma cartacea. In particolare a far data dal 1º gennaio 2010, gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale si intendono assolti con la pubblicazione nei propri siti informatici da parte delle amministrazioni e degli enti pubblici obbligati.

In tal senso particolarmente rilevante è il comma 3 dell’articolo in commento il quale prevede che “Tutti gli atti della pubblica amministrazione sono pubblici ed assumono valore legale dal momento del loro inserimento nei siti telematici degli enti, a tal fine opportunamente pubblicizzati“.

a quantificazione degli eventuali oneri finanziari a carico dell’amministrazione regionale e le relative fonti di copertura previste

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Uno deve fare quello che deve fare

Il 05 aprile 2011 ASGI Sezione Sicilia e AIGA hanno organizzato l’evento formativo dal titolo: Direttiva Rimpatri e Nuova Disciplina dell’allontanamento forzato degli Stranieri Irregolari.

Sebbene nutro molte riserve sul sistema formazione così come congegnato, e la materia trattata dall’evento non rientra tra quelle in cui il sottoscritto abbia una specifica competenza, ho deiciso di partecipare spinto dalle tematiche sociali e giuridiche trattate.

Sono state tre ore formative (e non solo in senso professionale) molto intense grazie anche ai relatori: Prof. Avv. Fulvio Vassallo Paleologo – Università degli Studi di Palermo; Avv. Lorenzo Trucco del Foro di Torino e Presidente ASGI e l’Avv. Angelo Raneli del Foro di Palermo.

Una delle tantissime contraddizioni messe in rilievo nel detto incontro – specialmente dal Prof. Vassallo – risiedeva nel fatto che nel nostro ordinamento l’extracomunitario irregolare, una volta scoperto, sarà destinato ad essere trattenuto (forse sarebbe meglio dire recluso) presso un Centro di Identificazione ed Espulsione. Se il trattenimento non è possibile è prevista l’emanazione di un ordine di allontanamento la cui violazione è punita con una pena detentiva, addirittura, sino a quattro anni e con l’arresto obbligatorio. L’invito all’allontanamento volontario – senza pena detentiva – rappresenta nel nostro sistema penale è una ipotesi residuale.

Tale disciplina risulta in contrasto con quella Comunitaria il cui procedimento, invece, secondo l’importanza data ai diritti fondamentali dell’individuo, è imperneato sull’invito alla partenza volontaria del soggetto migrante, mentre le misure coercitive sono una extrema ratio.

Nel rapporto tra fonti normative il contrasto come sopra evidenziato va risolto nella non applicazione della normativa interna in favore di quella comunitaria.

Senza volermi addentrare nelle problematiche trattate, non poteva passere inosservata su inDiritto una delle tragedie più gravi che sta vivendo il nostro paese.

E si badi bene: non è quella – seppur grave e straziante – dei tantissimi migranti che approdano e che muoiono sui lidi del nostro bel paese.

La vera tragedia è che sempre di più, in questi giorni, il nostro sistema mi appare come impazzito e vedo un progressivo disfacimento delle istituzioni e delle minimali regole che sottendono il vivere sociale.
Il decadimento della coesione sociale ha progressivamente eroso quella tela di norme (per dirla con Bobbio) che non solo tiene unita una comunità, ma che sopratutto conferisce alla stessa una ragione, un senso, una identità.

Mi preme segnalare, sebbene noto ai professionisti del settore, il sito dell’A.S.G.I., Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, che in modo completo ed appassionato si occupa delle tematiche inerenti le questioni giuridiche connesse all’immigrazione e, fra i diversi scopi istituzionali, ha l’obiettivo di mettere in luce i problemi giuridici che il fenomeno dell’immigrazione straniera pone nell’ordinamento nazionale e in quello internazionale, studiando le soluzioni e formulando le proposte.

(L’immagine è presa da Google Earth – il titolo è tratto dalla risposta di un giovane tunisino alla domanda di un giornalista: Perché, nonostante tutti i pericoli, continui a tentare di arrivare in Italia?).

Mediazione e Conciliazione civile: l'eccezione di incostituzionalità

Abbiamo più volte espresso il nostro pensiero in ordine all’introduzione dell’istituto della c.d. mediaconciliazione.

Abbiamo gia evidenziato, ( anche attraverso l’apposito commento al progetto di decreto legislativo), le problematiche, le incongruenze e la contraddittorietà della nuova disciplina (vedi l’abrogazione dell’obbligatorio tentativo di conciliazione in ambito lavorativo),  che impone, quale presupposto per la procedibilità della domanda, il preventivo ed obbligatorio ricorso ad organismi conciliativi privi di quei sostanziali requisiti di terzietà, imparzialità ed affidabilità.

Pressocché tutte le sigle di categoria (dall’OUA all’Unione Nazionale Camere Civili, dall’AIGA all’ANPA) hanno valutato negativamente l’introduzione della conciliazione obbligatoria e molte sono le iniziative volte all’abbrogazione della nuova disciplina (ricordiamo la Manifestazione indetta a Roma per il 16 marzo p.v. e l’astensione dalle udienze dal 16 al 22 marzo).

In questi mesi ho visto evolversi un vero e proprio ecosistema fatto di corsi per conciliatori, di organismi più o meno qualificati, di affamati professionisti (avvocati, medici, agronomi, etc.), pronti ad aggredire il mercato creato da questa nuova forma di giustizia privata.

Sia ben chiaro, lo scrivente e la grande maggioranza degli avvocati, crede nei valori della conciliazione ai fini della prevenzione di una lite e, quotidianamente nell’attività lavorativa, presta una reale opera di mediazione fra le contrapposte esigenze: da quello familiare a quello obbligazionario, da quello societario a quello condominiale, da quello lavorativo alla responsabilità civile.

Tuttavia, l’introduzione di questa disciplina a nostro avviso, non fa altro che mercificare quei principi di diritto e quelle competenze professionali, introducendo un vero e proprio giro d’affari a spese della collettività.

Siamo ben lontani dai valori e dalle procedure quali il: Collaborative law, Creative problem solving, Holistic justice, Preventive law, Problem solving courts, Procedural justice, Restorative justice, Therapeutic jurisprudence, Transformative mediation, espressi da più di un decennio dal Comprehensive Law Movement quale nuovo approccio al diritto e alla professione legale.

Premesso che l’avvocato risulta legato al cliente dal vincolo del mandato che esprime una ben precisa posizione deontologica, in accordo con il Presidente della Camera Civile di Palermo, Avv. Salvatore Grimaudo, e su iniziativa dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, pubblichiamo di seguito l’eccezione di incostituzionalità da allegare al verbale d’udienza, ovvero da inserire nelle note ex art. 183 c.p.c. VI co. primo termine, ovvero ex art. 320 c.p.c.

Nel colloquio che ho avuto proprio oggi con l’Avv. Grimaudo abbiamo convenuto che l’interesse del cliente rimane primario e vincolante per il professionista. Per cui tali note e tali considerazioni devono essere sempre sottoposte al cliente e la strategia processuale deve essere sempre concordata e condivisa.

Riteniamo, tuttavia, che un supino e pavido cedere alle scelte di un legislatore, per così dire, poco attento, non faccia il reale interesse del cittadino.

Di seguito l’eccezione di incostituzionalità.

[note]

Compare l’avv…………….per la parte………………il quale eccepisce l’incostituzionalità dell’art. 5 del d. lgs. 28/10, anche in combinato disposto con l’art. 60 della l. 18 giugno 2009 n. 69, nonché con gli artt. 4 e 16 del DM 10 ottobre 2010 n. 180, per violazione degli artt. 77, 24, 3 e 97 Cost., per le ragioni che si passano ad esporre.
Violazione dell’art. 77 Cost.
V’è, in primo luogo, un eccesso di delega, che, nel caso di specie, si concretizza addirittura in un contrasto tra la legge delega e il decreto legislativo.
Ed infatti, l’art. 60 l. 69/09 disponeva di “prevedere che la mediazione, finalizzata alla conciliazione”, fosse realizzata “senza precludere l’accesso alla giustizia”.
L’art. 5 del d. lgs. 28/10, al contrario, ha reso in molti casi la mediazione una condizione di procedibilità della domanda, e dunque ha disciplinato il fenomeno oltre i limiti fissati dalla legge delega, ed anzi, e più precisamente, in contrasto con la stessa nella parte in cui, appunto, non voleva che la mediazione precludesse l’accesso alla giustizia.
Ne’, in senso contrario, può argomentarsi che la mediazione di cui all’art. 5 del d. lgs. 28/10 non preclude l’accesso alla giustizia, poiché attivato il procedimento di mediazione e trascorsi i quattro mesi di cui all’art. 6, l’accesso alla giustizia è possibile, e la condizione di procedibilità della domanda è assolta.
Ed infatti, che dopo il procedimento di mediazione la parte possa adire il giudice è circostanza del tutto evidente, e certamente non v’era bisogno che la legge ricordasse una ovvietà del genere, poiché nel nostro sistema è impensabile che, dopo una condizione di procedibilità, non si possa procedere, ovvero non si dia alla parte il diritto della tutela giurisdizionale.
Pertanto, se l’art. 60 della l. 69/09 aveva stabilito che la mediazione doveva darsi “senza precludere l’accesso alla giustizia”, essa, evidentemente, non faceva riferimento alla possibilità della parte di adire il giudice dopo la mediazione, cosa scontata e ovvia, ma faceva riferimento alla necessità che la mediazione non condizionasse il diritto di azione, e quindi non fosse costruita come condizione di procedibilità.
Ne’, sempre in senso contrario, può argomentarsi che il problema non sussiste per la brevità del termine di quattro mesi, cosicché la condizione di procedibilità dell’art. 5 sarebbe compensata dal termine breve fissato nell’art. 6.
Ciò, infatti, non può sostenersi perché il termine breve di quattro mesi era già stato fissato dalla legge delega, e precisamente nella lettera q) dell’art. 60, la quale, al tempo stesso, però, voleva che il procedimento di mediazione si desse comunque senza “precludere l’accesso alla giustizia”.
Dunque, la legge delega voleva sia che il procedimento di mediazione non durasse più di quattro mesi, sia che il procedimento di mediazione non precludesse l’accesso alla giustizia.
L’argomento della brevità del termine non può quindi essere utilizzato per escludere l’eccesso di delega, poiché, al contrario, il d. lgs. 28/10, mantenendo il termine già fissato nella lettera q) dell’art. 60 della l. 69/09, non ha però rispettato la medesima disposizione di legge nella parte in cui escludeva che il procedimento potesse costituire condizione di procedibilità della domanda, ovvero fosse in grado di precludere, per tutta la sua durata, l’accesso al giudice.
Nel rispetto dell’art. 60 della legge delega 69/09 l’obbligatorietà del procedimento di mediazione in tutte le ipotesi dell’art. 5 del d. lgs, 28/10 non poteva dunque darsi. L’art. 5 del d. lgs. 28/10, in contrasto con l’art. 60 della l. 69/09, è pertanto incostituzionale per violazione dell’art. 77 Cost.
Violazione dell’art. 24 Cost.
In secondo luogo si deve prendere atto che la mediazione di cui al d. lgs. 28/10 ha un costo, e lo ha anche nelle ipotesi di mediazione obbligatoria, visto che lo stesso art. 16, 4° comma del DM 10 ottobre 2010 n. 180 espressamente prevede che detto costo “deve essere ridotto di un terzo nelle materie di cui all’art. 5, comma 1, del d. lgs.”.
Si eccepisce, al riguardo, che la mediazione può essere obbligatoria, oppure onerosa, ma non le due cose insieme, poiché se la mediazione, come nel nostro caso, è tanto obbligatoria quanto onerosa, allora è incostituzionale.
Sembra evidente, infatti, che il legislatore possa prevedere la mediazione come scelta libera e cosciente della parte, e in questi casi, quindi, anche prevedere che, chi la scelga, debba pagare il servizio; oppure il legislatore può subordinare l’esercizio della funzione giurisdizionale ad un previo adempimento, se questo è razionale e funzionale ad un miglioramento del servizio giustizia, ed in questo senso, come è avvenuto con l’art. 410 c.p.c., può anche prevedere un tentativo obbligatorio di conciliazione, ma senza costi.
Se viceversa il tentativo obbligatorio di conciliazione ha un costo, e questo costo non è meramente simbolico, come avviene con l’art. 16 DM 180/10, allora, nella sostanza, il sistema subordina l’esercizio della funzione giurisdizionale al pagamento di una somma di denaro.
E poiché il nostro sistema non può subordinare l’accesso al giudice al pagamento di una somma di denaro, la media-conciliazione sta in contrasto con i nostri valori costituzionali, e in violazione dell’art. 24 Cost.
Ciò è detto anche alla luce degli orientamenti che la Corte costituzionale ha già avuto su questi temi.
Sostanzialmente, il legislatore può pretendere denari per la funzione giurisdizionale civile solo se questi sono riconducibili a tributi giudiziari o a cauzioni volte a garantire l’adempimento dell’obbligazione dedotta in giudizio.
In tutti gli altri casi, e fin da Corte costituzionale 29 novembre 1960 n. 67, lo Stato non può pretendere denari per adempiere al suo primo e fondamentale dovere di rendere giustizia.
E l’imposizione del pagamento di una somma di denaro per l’esercizio di un diritto in sede giurisdizionale, quale oggi si realizza con la media-conciliazione in forza del combinato disposto dell’art. 5 d. lgs. 28/10 e art. 16 DM 180/10, si pone pertanto in contrasto con tutti i parametri di costituzionalità per come già definitivi in precedenti decisioni dalla Corte costituzionale, in quanto:
a) si tratta di un esborso che non può essere ricondotto ne’ al tributo giudiziario, ne’ alla cauzione;
b) si tratta di un esborso che non può considerarsi di modestissima, e nemmeno di modesta, entità;
c) si tratta di un esborso che non va allo Stato, bensì ad un organismo, che potrebbe addirittura avere natura privata;
d) e si tratta infine di un esborso che nemmeno può considerarsi “razionalmente collegato alla pretesa dedotta in giudizio, allo scopo di assicurare al processo uno svolgimento meglio conforme alla sua funzione”, poiché questi esborsi, di nuovo, sono da rinvenire solo nelle cauzioni e nei tributi giudiziari, non in altre cause di pagamento, e perché un esborso che non va allo Stato ma ad un organismo, anche di natura privata, non può mai avere queste caratteristiche.
Violazione dell’art. 3 Cost.
In terzo luogo la media-conciliazione rompe altresì il trattamento paritario nel processo tra attore e convenuto.
Ciò già avviene con il d. lgs. 28/10, che prevede la condizione di procedibilità ex art. 5 per la domanda principale e non per la domanda riconvenzionale, ma oggi, più gravemente, avviene con l’art. 16 DM 180/10, concernente i criteri di determinazione delle indennità.
Tale disposizione, infatti, divide le indennità del procedimento di mediazione tra “spese di avvio del procedimento” e “spese di mediazione”.
Le “spese di avvio del procedimento” sono dovute da “ciascuna parte” ma sono versate “dall’istante al momento del deposito della domanda” (2° comma) .
Parimenti “le spese di mediazione indicate sono dovute in solido da ciascuna parte che ha aderito al procedimento”.
Dunque, il decreto ministeriale espressamente prevede che la parte convenuta possa non aderire al procedimento.
Cosicché, ai sensi dell’art. 3 Cost.: a) o si ritiene che anche l’attore possa non aderire al procedimento, e quindi possa versare la sola spesa di avvio del procedimento ai fini dell’art. 5 del d. lgs. 28/10 con contestuale dichiarazione di non voler avvalersi del servizio; b) oppure il sistema è in violazione del principio d’eguaglianza, consentendo solo alla parte convenuta di non aderire al procedimento, ma non alla parte attrice, che si vedrebbe ob torto collo obbligata al procedimento di mediazione per poter far valere in giudizio un suo diritto.
L’istituto della media-conciliazione di cui all’art. 5 del d. lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 16 DM 180/10, in questi termini, non viola così solo l’art. 24 Cost. (per essere, al tempo stesso, obbligatoria e onerosa), ma viola anche l’art. 3 Cost., perché pone su piani diversi, e tratta diversamente, la parte attrice rispetto a quella convenuta.
Ne’, contro questo argomento, si può sostenere che la diversità di trattamento dipende dalla diversità delle pretese, perché è l’attore che vuol adire il giudice, non il convenuto.
Un rilievo del genere può esser fatto solo da chi veda nell’attore un rompiscatole da arginare e non la parte che ha subito un torto e chiede giustizia.
Adire il giudice è un diritto costituzionale, e chi intende farlo non deve subire pregiudizi rispetto alle altre parti processuali, che possono essere proprio quelle che hanno causato l’insorgere della lite per una violazione di legge.
Altrimenti il sistema, oltre ad infrangere il trattamento paritario delle parti in giudizio, rischia altresì di compromettere seriamente l’elementare dovere del rispetto delle obbligazioni, con gravi ripercussioni non solo sul diritto, ma anche sull’economia.
Violazione dell’art. 97 Cost.
Un quarto aspetto di incostituzionalità attiene all’organizzazione interna degli organismi di conciliazione, anche per come definiti con l’art. 4 del DM 180/10.
Ed infatti, nel momento in cui la procedura di mediazione è resa obbligatoria al fine di far valere in giudizio un diritto, e nel momento in cui le attività del mediatore interferiscono con l’esercizio della funzione giurisdizionale (i verbali di conciliazione, infatti, costituiscono titolo esecutivo (art. 12, d. lgs. 28/10), le proposte di conciliazione, inoltre, hanno conseguenze sulla liquidazione delle spese del giudizio (art. 13, d. lgs. 28/10) ed, infine, la mancata partecipazione al procedimento di mediazione può rilevare ex art. 116, 2° comma c.p.c. (art. 8, d. lgs. 28/10)), va da sé che il procedimento ha funzione pubblica, e deve pertanto rispondere ai requisiti di buon andamento e di imparzialità di cui all’art. 97 Cost., soprattutto quando l’organismo è ente pubblico.
Ora, niente di questo si trova nell’art. 4 del DM 180/10, che usa talune espressione elastiche, e fissa blandi criteri di professionalità dei mediatori, ma niente più, senza prescrivere come doverose le condizioni minime di trasparenza, eguaglianza e imparzialità dovute all’esercizio di una funzione pubblica.
In particolare il decreto ministeriale doveva prevedere criteri oggettivi circa l’assegnazione delle pratiche fra i vari mediatori dell’organismo, nonché criteri oggettivi circa il reclutamento degli aspiranti mediatori presso gli organismi costituiti da enti pubblici.
Soprattutto, sotto il primo aspetto, l’assegnazione della pratica al singolo mediatore all’interno dell’organismo
andava fissata con criteri oggettivi, analoghi, seppur in forma semplificata, a quelli che sussistono nei tribunali con il sistema c.d. tabellare, visto che, come detto, l’attività del mediatore interferisce con la giurisdizione.
Il DM 180/10 è rimasto viceversa silente sul punto, lasciando così la questione alla discrezionalità dell’organismo, che la regolerà in base al proprio statuto.
In questo modo si potranno avere statuti che prevedranno l’assegnazione delle pratiche su designazione discrezionale del presidente, oppure di un garante, singolo o collegiale, o di altro soggetto, all’uopo istituito.
L’art. 5 d. lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 4 del DM 180/10, si pone pertanto in contrasto con l’art. 97 Cost., visto che l’assenza di un meccanismo oggettivo e predeterminato per l’assegnazione delle pratiche rischia di compromettere l’indipendenza e la terzietà del mediatore, attribuendo un potere gestionale inammissibile all’organismo.
E’ la violazione dell’art. 97 Cost. si evidenzia come fondata ove solo si considera che l’attività del mediatore interferisce come detto con quella giurisdizionale, e quindi ha la necessità di essere esercitata alla luce di detti criteri di trasparenza, indipendenza e imparzialità.
P.Q.M.
si chiede che l’Ill.mo Tribunale Voglia rimettere alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 del d. lgs. 28/10, anche in combinato disposto con l’art. 60 della l. 18 giugno 2009 n. 69, nonché con gli artt. 4 e 16 del DM 10 ottobre 2010 n. 180, per violazione degli artt. 77, 24, 3 e 97 Cost. secondo le ragioni sopra esposte.
Ossequi.

ompare l’avv…………….per la parte………………il quale eccepisce l’incostituzionalità dell’art. 5 del d. lgs. 28/10, anche in combinato disposto con l’art. 60 della l. 18 giugno 2009 n. 69, nonché con gli artt. 4 e 16 del DM 10 ottobre 2010 n. 180, per violazione degli artt. 77, 24, 3 e 97 Cost., per le ragioni che si passano ad esporre.
Violazione dell’art. 77 Cost.
V’è, in primo luogo, un eccesso di delega, che, nel caso di specie, si concretizza addirittura in un contrasto tra la legge delega e il decreto legislativo.
Ed infatti, l’art. 60 l. 69/09 disponeva di “prevedere che la mediazione, finalizzata alla conciliazione”, fosse realizzata “senza precludere l’accesso alla giustizia”.
L’art. 5 del d. lgs. 28/10, al contrario, ha reso in molti casi la mediazione una condizione di procedibilità della domanda, e dunque ha disciplinato il fenomeno oltre i limiti fissati dalla legge delega, ed anzi, e più precisamente, in contrasto con la stessa nella parte in cui, appunto, non voleva che la mediazione precludesse l’accesso alla giustizia.
Ne’, in senso contrario, può argomentarsi che la mediazione di cui all’art. 5 del d. lgs. 28/10 non preclude l’accesso alla giustizia, poiché attivato il procedimento di mediazione e trascorsi i quattro mesi di cui all’art. 6, l’accesso alla giustizia è possibile, e la condizione di procedibilità della domanda è assolta.
Ed infatti, che dopo il procedimento di mediazione la parte possa adire il giudice è circostanza del tutto evidente, e certamente non v’era bisogno che la legge ricordasse una ovvietà del genere, poiché nel nostro sistema è impensabile che, dopo una condizione di procedibilità, non si possa procedere, ovvero non si dia alla parte il diritto della tutela giurisdizionale.
Pertanto, se l’art. 60 della l. 69/09 aveva stabilito che la mediazione doveva darsi “senza precludere l’accesso alla giustizia”, essa, evidentemente, non faceva riferimento alla possibilità della parte di adire il giudice dopo la mediazione, cosa scontata e ovvia, ma faceva riferimento alla necessità che la mediazione non condizionasse il diritto di azione, e quindi non fosse costruita come condizione di procedibilità.
Ne’, sempre in senso contrario, può argomentarsi che il problema non sussiste per la brevità del termine di quattro mesi, cosicché la condizione di procedibilità dell’art. 5 sarebbe compensata dal termine breve fissato nell’art. 6.
Ciò, infatti, non può sostenersi perché il termine breve di quattro mesi era già stato fissato dalla legge delega, e precisamente nella lettera q) dell’art. 60, la quale, al tempo stesso, però, voleva che il procedimento di mediazione si desse comunque senza “precludere l’accesso alla giustizia”.
Dunque, la legge delega voleva sia che il procedimento di mediazione non durasse più di quattro mesi, sia che il procedimento di mediazione non precludesse l’accesso alla giustizia.
L’argomento della brevità del termine non può quindi essere utilizzato per escludere l’eccesso di delega, poiché, al contrario, il d. lgs. 28/10, mantenendo il termine già fissato nella lettera q) dell’art. 60 della l. 69/09, non ha però rispettato la medesima disposizione di legge nella parte in cui escludeva che il procedimento potesse costituire condizione di procedibilità della domanda, ovvero fosse in grado di precludere, per tutta la sua durata, l’accesso al giudice.
Nel rispetto dell’art. 60 della legge delega 69/09 l’obbligatorietà del procedimento di mediazione in tutte le ipotesi dell’art. 5 del d. lgs, 28/10 non poteva dunque darsi. L’art. 5 del d. lgs. 28/10, in contrasto con l’art. 60 della l. 69/09, è pertanto incostituzionale per violazione dell’art. 77 Cost.
Violazione dell’art. 24 Cost.
In secondo luogo si deve prendere atto che la mediazione di cui al d. lgs. 28/10 ha un costo, e lo ha anche nelle ipotesi di mediazione obbligatoria, visto che lo stesso art. 16, 4° comma del DM 10 ottobre 2010 n. 180 espressamente prevede che detto costo “deve essere ridotto di un terzo nelle materie di cui all’art. 5, comma 1, del d. lgs.”.
Si eccepisce, al riguardo, che la mediazione può essere obbligatoria, oppure onerosa, ma non le due cose insieme, poiché se la mediazione, come nel nostro caso, è tanto obbligatoria quanto onerosa, allora è incostituzionale.
Sembra evidente, infatti, che il legislatore possa prevedere la mediazione come scelta libera e cosciente della parte, e in questi casi, quindi, anche prevedere che, chi la scelga, debba pagare il servizio; oppure il legislatore può subordinare l’esercizio della funzione giurisdizionale ad un previo adempimento, se questo è razionale e funzionale ad un miglioramento del servizio giustizia, ed in questo senso, come è avvenuto con l’art. 410 c.p.c., può anche prevedere un tentativo obbligatorio di conciliazione, ma senza costi.
Se viceversa il tentativo obbligatorio di conciliazione ha un costo, e questo costo non è meramente simbolico, come avviene con l’art. 16 DM 180/10, allora, nella sostanza, il sistema subordina l’esercizio della funzione giurisdizionale al pagamento di una somma di denaro.
E poiché il nostro sistema non può subordinare l’accesso al giudice al pagamento di una somma di denaro, la media-conciliazione sta in contrasto con i nostri valori costituzionali, e in violazione dell’art. 24 Cost.
Ciò è detto anche alla luce degli orientamenti che la Corte costituzionale ha già avuto su questi temi.
Sostanzialmente, il legislatore può pretendere denari per la funzione giurisdizionale civile solo se questi sono riconducibili a tributi giudiziari o a cauzioni volte a garantire l’adempimento dell’obbligazione dedotta in giudizio.
In tutti gli altri casi, e fin da Corte costituzionale 29 novembre 1960 n. 67, lo Stato non può pretendere denari per adempiere al suo primo e fondamentale dovere di rendere giustizia.
E l’imposizione del pagamento di una somma di denaro per l’esercizio di un diritto in sede giurisdizionale, quale oggi si realizza con la media-conciliazione in forza del combinato disposto dell’art. 5 d. lgs. 28/10 e art. 16 DM 180/10, si pone pertanto in contrasto con tutti i parametri di costituzionalità per come già definitivi in precedenti decisioni dalla Corte costituzionale, in quanto:
a) si tratta di un esborso che non può essere ricondotto ne’ al tributo giudiziario, ne’ alla cauzione;
b) si tratta di un esborso che non può considerarsi di modestissima, e nemmeno di modesta, entità;
c) si tratta di un esborso che non va allo Stato, bensì ad un organismo, che potrebbe addirittura avere natura privata;
d) e si tratta infine di un esborso che nemmeno può considerarsi “razionalmente collegato alla pretesa dedotta in giudizio, allo scopo di assicurare al processo uno svolgimento meglio conforme alla sua funzione”, poiché questi esborsi, di nuovo, sono da rinvenire solo nelle cauzioni e nei tributi giudiziari, non in altre cause di pagamento, e perché un esborso che non va allo Stato ma ad un organismo, anche di natura privata, non può mai avere queste caratteristiche.
Violazione dell’art. 3 Cost.
In terzo luogo la media-conciliazione rompe altresì il trattamento paritario nel processo tra attore e convenuto.
Ciò già avviene con il d. lgs. 28/10, che prevede la condizione di procedibilità ex art. 5 per la domanda principale e non per la domanda riconvenzionale, ma oggi, più gravemente, avviene con l’art. 16 DM 180/10, concernente i criteri di determinazione delle indennità.
Tale disposizione, infatti, divide le indennità del procedimento di mediazione tra “spese di avvio del procedimento” e “spese di mediazione”.
Le “spese di avvio del procedimento” sono dovute da “ciascuna parte” ma sono versate “dall’istante al momento del deposito della domanda” (2° comma) .
Parimenti “le spese di mediazione indicate sono dovute in solido da ciascuna parte che ha aderito al procedimento”.
Dunque, il decreto ministeriale espressamente prevede che la parte convenuta possa non aderire al procedimento.
Cosicché, ai sensi dell’art. 3 Cost.: a) o si ritiene che anche l’attore possa non aderire al procedimento, e quindi possa versare la sola spesa di avvio del procedimento ai fini dell’art. 5 del d. lgs. 28/10 con contestuale dichiarazione di non voler avvalersi del servizio; b) oppure il sistema è in violazione del principio d’eguaglianza, consentendo solo alla parte convenuta di non aderire al procedimento, ma non alla parte attrice, che si vedrebbe ob torto collo obbligata al procedimento di mediazione per poter far valere in giudizio un suo diritto.
L’istituto della media-conciliazione di cui all’art. 5 del d. lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 16 DM 180/10, in questi termini, non viola così solo l’art. 24 Cost. (per essere, al tempo stesso, obbligatoria e onerosa), ma viola anche l’art. 3 Cost., perché pone su piani diversi, e tratta diversamente, la parte attrice rispetto a quella convenuta.
Ne’, contro questo argomento, si può sostenere che la diversità di trattamento dipende dalla diversità delle pretese, perché è l’attore che vuol adire il giudice, non il convenuto.
Un rilievo del genere può esser fatto solo da chi veda nell’attore un rompiscatole da arginare e non la parte che ha subito un torto e chiede giustizia.
Adire il giudice è un diritto costituzionale, e chi intende farlo non deve subire pregiudizi rispetto alle altre parti processuali, che possono essere proprio quelle che hanno causato l’insorgere della lite per una violazione di legge.
Altrimenti il sistema, oltre ad infrangere il trattamento paritario delle parti in giudizio, rischia altresì di compromettere seriamente l’elementare dovere del rispetto delle obbligazioni, con gravi ripercussioni non solo sul diritto, ma anche sull’economia.
Violazione dell’art. 97 Cost.
Un quarto aspetto di incostituzionalità attiene all’organizzazione interna degli organismi di conciliazione, anche per come definiti con l’art. 4 del DM 180/10.
Ed infatti, nel momento in cui la procedura di mediazione è resa obbligatoria al fine di far valere in giudizio un diritto, e nel momento in cui le attività del mediatore interferiscono con l’esercizio della funzione giurisdizionale, in quanto i verbali di conciliazioni costituiscono titolo esecutivo (art. 12, d. lgs. 28/10), le proposte di conciliazione hanno conseguenze sulla liquidazione delle spese del giudizio (art. 13, d. lgs. 28/10), nonché la mancata partecipazione al procedimento di mediazione può rilevare ex art. 116, 2° comma c.p.c. (art. 8, d. lgs. 28/10), va da sé che il procedimento ha funzione pubblica, e deve pertanto rispondere ai requisiti di buon andamento e di imparzialità di cui all’art. 97 Cost., soprattutto quando l’organismo è ente pubblico.
Ora, niente di questo si trova nell’art. 4 del DM 180/10, che usa talune espressione elastiche, e fissa blandi criteri di professionalità dei mediatori, ma niente più, senza prescrivere come doverose le condizioni minime di trasparenza, eguaglianza e imparzialità dovute all’esercizio di una funzione pubblica.
In particolare il decreto ministeriale doveva prevedere criteri oggettivi circa l’assegnazione delle pratiche fra i vari mediatori dell’organismo, nonché criteri oggettivi circa il reclutamento degli aspiranti mediatori presso gli organismi costituiti da enti pubblici.
Soprattutto, sotto il primo aspetto, l’assegnazione della pratica al singolo mediatore all’interno dell’organismo
andava fissata con criteri oggettivi, analoghi, seppur in forma semplificata, a quelli che sussistono nei tribunali con il sistema c.d. tabellare, visto che, come detto, l’attività del mediatore interferisce con la giurisdizione.
Il DM 180/10 è rimasto viceversa silente sul punto, lasciando così la questione alla discrezionalità dell’organismo, che la regolerà in base al proprio statuto.
In questo modo si potranno avere statuti che prevedranno l’assegnazione delle pratiche su designazione discrezionale del presidente, oppure di un garante, singolo o collegiale, o di altro soggetto, all’uopo istituito.
L’art. 5 d. lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 4 del DM 180/10, si pone pertanto in contrasto con l’art. 97 Cost., visto che l’assenza di un meccanismo oggettivo e predeterminato per l’assegnazione delle pratiche rischia di compromettere l’indipendenza e la terzietà del mediatore, attribuendo un potere gestionale inammissibile all’organismo.
E’ la violazione dell’art. 97 Cost. si evidenzia come fondata ove solo si considera che l’attività del mediatore interferisce come detto con quella giurisdizionale, e quindi ha la necessità di essere esercitata alla luce di detti criteri di trasparenza, indipendenza e imparzialità.
P.Q.M.
si chiede che l’Ill.mo Tribunale Voglia rimettere alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 del d. lgs. 28/10, anche in combinato disposto con l’art. 60 della l. 18 giugno 2009 n. 69, nonché con gli artt. 4 e 16 del DM 10 ottobre 2010 n. 180, per violazione degli artt. 77, 24, 3 e 97 Cost. secondo le ragioni sopra esposte.
Ossequi.

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Sentenza del Tribunale di Catania n. 2428 del 2010: l'affidamento ed il principio di apparenza nel diritto

Pubblichiamo questa Sentenza del tribunale di Catania che, fra l’altro, coglie l’occasione di meglio specificare il principio di apparenza nel diritto.

Scarica la Sentenza Tribunale Catania n. 2428 del 2010

Il caso.

Con atto di citazione l’attore (un avvocato) citava avanti il Tribunale di Catania la Banca S.p.a. ed il promotore finanziario della stessa (agente esterno), per sentirli condannare all’adempimento di un accordo – sottoscritto su modulistica della banca – in virtù del quale veniva garantito sulle sottoscrizioni effettuate da parte attrice: “un rendimento annualizzato netto del 30% annuo da erogarsi al sottoscrittore su sua volontà e a sua discrezione o capitalizzato sul capitale conferito con garanzia del capitale investito, l’apertura di un conto titoli gratuito nelle spese con la sola eccezione dei bolli di Stato, esenzione delle commissioni di sottoscrizione e di rimborso sui prodotti finanziari sottoscritti; spese delle cassette di sicurezza a carico della banca per 12 mesi“.
In tal senso – pur in assenza di perdite – veniva richiesto il rimborso della somma di denaro nella misura della differenza tra il promesso ed il rendimento effettivamente ottenuto.

Si costituiva, quindi, la Banca contestando le domande attoree evidenziando che la stessa non era mai venuta a conoscenza del detto accordo, che lo stesso, quindi, non aveva mai trovato alcuna applicazione da parte della Banca durante il relativo rapporto contrattuale, e che il promotore non aveva alcun potere di rappresentanza.
Inoltre, veniva contestato il contenuto contrattuale.
Sul piano formale il preteso accorto risultava privo di qualsivoglia elemento essenziale quale la data certa e la regolare sottoscrizione da parte della banca. Sul piano sostanziale le pattuizioni ivi stabilite a dire della banca sarebbero risultate assurde e paradossali anche dal punto di vista contenutistico, circostanza anche questa riconoscibile a parte attrice (un avvocato). Infatti. tale accordio rappresentava un vero e proprio paradosso contrattuale: la banca avrebbe dovuto garantire un rendimento netto fisso all’attore a fronte di investimenti decisi unicamente dallo stesso.

Si apriva, quindi, fra le parti una disquisizione sul principio dell’apparenza giuridica e sull’affidamento.

La Sentenza.

Il tribunale di Catania, dopo aver ricostruito i fatti di causa, effettuta tre passaggi.

Il primo investe l’accertamento della regolarità dei contratti (considerata come sussistente dal tribunale).
Pur tuttavia il tribunale evidenzia nel merito quanto segue:
La clausola principale contenuta nei contratti collaterali in esame (e nel secondo soprattutto), secondo cui al XXXXX (attore ndr) non solo veniva garantita la restituzione del capitale investito, bensì gli veniva addirittura assicurato un rendimento annualizzato del 30%, specie a fronte del restante contenuto contrattuale con la sostanziale mancanza di previsione di obbligo alcuno in capo al cliente ovvero di corrispettivo per la banca, tale da giustificare la prestazione garantita, presenta macroscopici profili di diseconomicità che nessuna banca poteva ragionevolmente sostenere (…) A fronte di ciò, considerato pure che il contenuto dei due contratti collaterali presenta connotati di tale peculiarità e svantaggio assoluto per la banca tale da risultare oggettivamente straordinari e fuori da ogni logica di mercato e che, lo si ribadisce, soltanto nella sottoscrizione di essi il promotore appare rappresentare la banca, era lecito attendersi dal XXXXX (attore ndr) che costui, piuttosto che fare affidamento su di essi, si rivolgesse diretttamente alla Banca S.p.A. (magari in persona di quel direttore della filiale di Catania a cui afferma di essere stato costretto a chiedere i disiventistimenti) al fine di verificare la sussistenza, in capo al promotore YYYYYYY, del potere rappresentativo impropriamente esercitato”.

Il secondo passaggio investe il principio dell’affidamento:
Di contro, l’affidamento che il XXXXX (attore ndr) sostiene di avere nutrito in ordine all’effettiva esistenza, in capo al YYYYYYY (promotore), del potere rappresentativo necessario per impegnare la Banca. Deve ritenersi frutto di un atteggiamento gravemente colposo dello stesso. Invero, premesso che l’attore esercita la professione di avvocato e che conseguentemente, per la sua specifica competenza in materia giuridica è soggetto da cui pretendere standard di diligenza minimi adeguati alle nozioni possedute, va evidenziato come da un canto i due contratti collaterali si atteggino in maniera assolutamente eterogenea rispetto agli altri sottoscritti dal XXXXX (attore ndr) con la Banca e, dall’altro, come soltanto in relazione ad essi il YYYYYYY (promotore) spenda (senza averlo) il potere rappresentativo della Banca“.

Il terzo riguarda il principio dell’apparenza.
Dobbiamo ricordare che in tema di rappresentanza, l’applicabilità del principio dell’apparenza del diritto richiede che il rappresentato abbia tenuto un comportamento colposo tale da ingenerare nel terzo il ragionevole convincimento che al rappresentante apparente fosse stato effettivamente conferito il relativo potere e che il terzo abbia in buona fede fatto affidamento sulla esistenza di detto potere, non potendosi in ogni caso invocare in via analogica il diverso principio ricavabile dall’art. 2384 cod. civ., dettato per le società (ex plurimis: Cass. Sez. II, n. 2725 – richiamata in Sentenza alla pag. 11; Cass. Sentenza del 28 agosto 2007, n. 18191. Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di appello la quale aveva escluso che una società assicuratrice avesse indotto nel terzo alcun affidamento in ordine al potere rappresentativo dei coagenti per la stipula di contratti di assicurazione nel ramo vita, essendo stata data idonea pubblicità – con trascrizione – alla procura, che escludeva la facoltà di concludere proprio tali contratti e che comunque sottoponeva i contratti autorizzati all’impiego di formulari a stampa predisposti, salvo deroghe da consentire dalla direzione della compagnia); Cass. Sez. III n. 11186/98).

In sostanza in materia di affidamento incolpevole, il contratto risulta vincolante purché ricorrano le seguenti condizioni:

a) un’apparente valida conclusione del rapporto, definito mediante l’intervento di un soggetto abilitato a gestire le trattative con, almeno esteriormente, ampi poteri di determinazione del contenuto del negozio;

b) l’imputabilità innegabile di tale apparenza all’intermediario finanziario, avendo questi concorso a crearla o avendola tollerata,

c) l’affidamento incolpevole del terzo contraente circa la valida conclusione del rapporto così come dallo stesso programmato.

Sul punto il Tribunale di Catania osserva:
Invero, certamente non è dato rinvenire alcun profilo di colpa, in capo alla banca, idoneo ad ingenerare nel XXXXX (attore ndr) la ragionevole convinzione che il potere di rappresentanza per la stipula dei detti contratti collaterali fosse stato effettivamente e validamente conferito al YYYYYYY (promotore)”.
In tal senso il Tribunale conclude:
Non sussistendo alcun ragionevole (ed incolpevole) affidamento da tutelare, e difettando in capo alla banca convenuta, giusta quanto sopra esposto, qualsiasi profilo di imputabilità dell’apparenza, non resta che escludere la vincolatività, per la Banca, dei due contratti collaterlai sottoscritti dal YYYYYYY (promotore)”.

Obbligazioni e titoli di debito nel fallimento delle società

In questo articolo che pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, Avv. Valerio Sangiovanni, e dell’editore, Ipsoa Wolters Kluwer, viene analizzata la particolare disciplina delle obbligazioni e dei titoli di debito nel contesto del fallimento delle società.
L’analisi prende le mosse dagli strumenti a disposizione delle Società per reperire le risorse necessarie all’esercizio dell’impresa e dall’art. 58 della L.Fall.il quale prevede che:

“I crediti derivanti da obbligazioni e da altri titoli di debito sono ammessi al passivo per il loro valore nominale detratti i rimborsi già effettuati; se è previsto un premio da estrarre a sorte, il suo valore attualizzato viene distribuito tra tutti i titoli che hanno diritto al sorteggio” ((1) Articolo sostituito dall’art. 52 del D. Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, pubb. in Gazz. Uff. n. 91 del 16 gennaio 2006).

Nel seguente articolo, l’Avv. Sangiovanni segue il seguente percorso argomentativo:

  • analisi dell’emissione di obbligazioni nella S.p.a.;
  • disamina della disciplina dei titoli di debito nella S.r.l.;
  • analisi della disciplina fallimentare di tali strumenti finanziari, con particolare riguardo alla loro ammissione al passivo.

Ringraziando l’Avv. Sangiovanni per la sua cortese disponibilità, vi auguro una buona lettura.

Obbligazioni e Titoli Di Debito Nel Fallimento (Fall., 2010) http://d1.scribdassets.com/ScribdViewer.swf

Conciliazione facoltativa nelle controversie di lavoro… per tutto il resto: mediazione obbligatoria

La LEGGE 4 novembre 2010, n. 183: “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonche’ misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro” entrerà in vigore il 24 novembre 2010.

Una delle novità più rilevanti è costituita dall’abrogazione della obbligatorietà del tentativo di conciliazione quale presupposto della procedibilità della domanda giudiziale.
In buona sostanza, il tentativo di conciliazione:

  • Continua ad essere condizione di procedibilità della domanda nei giudizi riguardanti la verifica di un contratto di lavoro certificato. In questo caso se non viene esperito prima della proposizione del ricorso il relativo giudizio verrà dichirato improcedibile (non vi sarà più la rimessione del giudice innanzi alla commissione lavoro competente).
  • Non è più obbligatorio, invece, per tutte le altre controversie in materia di lavoro. In questo caso, tuttavia, se effettuato, vanno depositati in giudizio tutti gli atti del procedimento che saranno valutati dal giudice ai fini del giudizio.

La materia in oggetto è ampiamente regolamentata da una analitica disciplina in ordine agli strumenti deflattivi del contenzioso lavoristico sulla base degli accordi contrattuali. Le parti, infatti, possono scegliere due vie alternative:

  • o adire immediatamente le vie legali;
  • o privilegiare la composizione negoziale della lite.

In quest’ultimo caso (composizione negoziale), è possibile effettuare una duplice scelta:

  • si può prevedere il tentativo di conciliazione in sede sindacale o amministrativa senza preclusione del successivo ricorso all’autorità giudiziaria;
  • può essere previsto l’affidamento della controversia ad un soggetto terzo – o un arbitro, ovvero un collegio arbitrale – che dirima la vertenza secondo diritto o secondo equità.

Vogliamo segnalare un’altra importante novità: il giudice investito della questione, una volta che sia stato depositato il ricorso, dovrà procedere all’interrogatorio delle parti e all’espletamento del tentativo di conciliazione (questa volta in sede giudiziale e a condizione che non sia stato esperito precedentemente un tentativo di conciliazione facoltativo o negoziale).
Il tentativo esperito nel corso del giudizio si caratterizza per il fatto che il giudice dovrà esplicitamente formulare una proposta transattiva. Questa, se immotivatamente rifiutata, potrà costituire un presupposto valutabile ai fini del giudizio.

Perché è stato abrogato il tentativo obbligatorio di conciliazione in materia giuslavoristica?

Già in passato, con riferimento al tentativo obbligatorio di conciliazione una parte della dottrina riteneva che tale presupposto obbligatorio di procedibilità costituisse un odioso ostacolo. Infatti, tale procedura costituiva un inutile passaggio che di fatto ritardava l’instaurazione del processo ed avrebbe fatto sorgere questioni processuali superflue, ma sopratutto risultava contrastante con la garanzia costituzionale prevista dall’articolo 24 Cost. che recita:

Art. 24.
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

Oggi e con riferimento alla materia lavoristica il legislatore si è accorto che, dopo 13 anni di conciliazioni obbligatorie, sul piano statistico non si è avuto alcun effetto deflattivo, anzi.

Tali osservazioni sono già state oggetto di un nostro precedente articolo in cui mettevamo in evidenza l’incongruità della normativa sulla mediazione obbligatoria in ambito civile.

Una notazione merita essere effettuata subito raffrontando l’incongruità delle scelte del legislatore che da un lato abroga il tentativo obbligatorio di conciliazione in materia di lavoro, e dall’altro introduce la mediazione obbligatoria in pressoché tutte le controversie civili:

In materia di lavoro il tentativo di conciliazione era:

  • Effettuato da un organo pubblico (la sede Provinciale del Lavoro) che garantiva l’istituzionalità e l’imparzialità del procedimento;
  • Gratuito: non era previsto alcun costo aggiuntivo in danno del lavoratore;
  • I termini erano di 60 ovvero 90 giorni a seconda dei casi (impiego privato o pubblico) ai fini della durata dello stesso e con riferimento alla possibilità di esperire l’azione giudiziale

La mediazione obbligatoria, invece, risulta essere:

  • Effettuata da un organo – sebbene accreditato – non caratterizzato da quelle garanzie di istituzionalità ed imparzialità dell’ente;
  • A titolo oneroso: a prescindere dall’esito il mediatore (o i mediatori) ed i consulenti degli stessi vanno retribuiti.
    Inoltre, le particolari tematiche oggetto della mediazione (dalla responsabilità medica alle liti condominiali, dalla diffamazione a mezzo stampa alle successioni ereditarie, dai contratti assicurativi, bancari e finanziari alle liti in materia di diritti reali, etc.), si può dire che rendano altamente consigliato l’ausilio della consulenza di un legale (e di ausiliari tecnici dello stesso);
  • I termini sono di 120 giorni prima che si possa instaurare il giudizio. Per cui, volendo fare un esempio: 120 giorni per la mediazione, 90 giorni i termini di citazione innanzi ad un tribunale, 45 giorni il periodo di sospensione feriale. Ammesso che l’attività dell’avvocato sia più che tempestiva (effettua la notifica della citazione allo scadere esatto dei 120 giorni previsti per la mediazione), che nessun imprevisto di carattere procedurale si verifichi (ad esempio: notifiche non andate a buon fine), che il giudice fissi l’udienza il giorno esatto della citazione (caso più unico che raro): avremo un ritardo secco di non meno di 255 giorni prima dell’inizio del processo. Salvo il caso che tutta l’attività effettuata venga vanificata da un errore procedimentale, da una erronea interpretazione delle norme, da cavilli legali e/o impedimenti burocratici.

Noi crediamo, non solo che la mediazione obbligatoria non avrà effetto alcuno sulla deflazione processuale, così come oltre tredici anni di tentativo di conciliazione obbligatorio in tema di lavoro ci hanno insegnato, non solo che i tempi dei processi si allungheranno notevolmente, ma che tale disciplina inciderà notevolmente sul concetto di giustizia che – secondo la nostra Costituzione e secondo il nostro ordinamento – non può che essere demandata agli organi istituzionali preposti e non a forme di consorterie private.

Sul punto l’OUA ha già presentato un ricorso al TAR contro la mediaconciliazione obbligatoria.

GIS Day 2010 – Palermo: GIStales: di dati, persone e strumenti

gisday

Si svolgerà a Palermo, mercoledì 17 Novembre, in occasione del GIS Day 2010, una giornata dal titolo:GIStales: di dati, persone e strumenti”.

L’evento è organizzato dal Consorzio Ticonzero, centro di competenza nel campo dell’informatica territoriale, in collaborazione con il Consorzio ARCA, Planetek Italia, Zenit e TANTO.

L’evento sarà diviso in due momenti:
la mattina, convegno e sessione poster presso la Sala Magna di Palazzo Steri
il pomeriggio, workshop didattici su remote sensing e webmapping, presso il Consorzio ARCA.

Qui è reperibile il programma della giornata: http://gisday2010.ticonzero.net/programma

La conoscenza parte dal soggetto e non è semplice ricezione di dati, ma è opera dell’intelletto che andando al di là degli aspetti contingenti e transitori della realtà sensibile, riesce ad astrarne le forme eterne e intellegibili.

Più o meno così Aristotele concepiva la conoscenza.

L’attenzione ai dati ed agli strumenti di rilevamento, alle modalità e nuove forme di utilizzo, al rapporto tra gli stessi e la vita sociale, come e quanto influiscono nella vita di ogni giorno, nelle scelte di una collettività e di ogni singola persona,  tutti questi spunti di riflessione rappresentano il tema conduttore di questa giornata.

L’anno scorso avevo partecipato con una relazione sulla Geografia Giudiziaria, quest’anno, con una relazione su OpenGov, Licenze Creative Commons e normativa relativa al riutilizzo dei dati pubblici, mi sembra di continuare quel discorso che con tanta passione e competenza gli organizzatori di questa giornata portano avanti.